Come sviluppare la competenza linguistica

L’appello dei 600 docenti sulla scarsa competenza degli studenti nella scrittura e nell’espressione in italiano, di cui tanto si parla in questi giorni, tocca un punto importante: lo studio disciplinare della lingua, vale a dire la grammatica, la sintassi, le regole di espressione fino alla retorica, è essenziale per capire davvero la sua natura di strumento. Creare una distanza tra noi e il linguaggio significa poterlo osservare, oggettivarlo, conoscerlo e sviluppare una competenza consapevole nel suo utilizzo.

Ciò è tutt’altra cosa, ovviamente, dal semplice addestramento della vecchia scuola elementare, in cui si trattava di apprendere più che di comprendere; certo, bisogna formare una competenza di base anche per sviluppare il pensiero critico, ed è difficile, per esempio, scrivere un quartetto d’archi se non si sa solfeggiare. Ma è essenziale che lo studio della lingua passi per la coltivazione della consapevolezza, vale a dire che se ne debbano imparare le regole insieme agli usi: conoscere i diversi tipi di proposizione subordinata ha senso se serve a costruire, in chi li impara, una consapevolezza di come i nessi sintattici diano forma allo svolgimento di un discorso che può essere esposizione piana di un argomento, accorata perorazione, vigorosa invettiva o puntuale confutazione, tanto per citare alcuni casi.

La grammatica dovrebbe andare insieme alla retorica, ed entrambe dovrebbero confluire nell’alveo della logica argomentativa. Andrebbe coltivata l’arte della discussione, per individuare i punti deboli, le fallacie e gli artifici delle tesi da confutare e per valutare la validità delle proprie: in questo modo, si finirebbe per rafforzare enormemente la capacità di difendersi dalla propaganda e dalle bufale, per dotarsi di strumenti efficaci per mettere in discussione l’autorità e per pensare meglio; senza contare che si potrebbero imparare meglio altre lingue, e persino padroneggiare meglio i linguaggi artificiali e specialistici.

È qui che l’appello dei 600 rischia di essere un richiamo retorico e poco incisivo: sarebbe forse opportuno che, oltre a sollevare il problema e a indicare le carenze nel sistema formativo, chi ha funzioni di responsabilità in questo sistema indichi, e se possibile pratichi, una soluzione. Per esempio, sarebbe interessante capire come mai in nessuna facoltà italiana si insegni scrittura tecnica (o composition, se vogliamo fare gli anglofoni). Non dovrebbe essere troppo difficile fare un corso propedeutico obbligatorio, per tutte le facoltà, in cui si insegna come si deve redigere un testo, come gestire i riferimenti e le note, cosa dire in un abstract e come farlo, come organizzare i paragrafi ed esporre le proprie idee; corsi con molte esercitazioni, in cui l’università svolga un ruolo pienamente formativo, sviluppando delle competenze che hanno un senso anche al suo esterno.

Conoscere bene la propria lingua significa essere in grado di apprenderne meglio altre, e saper decodificare in modo efficace i moltissimi messaggi, a volte ingannevoli, che riceviamo tutti i giorni in questa società della comunicazione: saper parlare, saper leggere, saper scrivere significa saper pensare. E a cosa altro dovrebbero preparare la scuola e l’università, se non a pensare?

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